Canelli, das "Tor zur Welt"

Canelli, la "Porta del Mondo"

Itinerari urbani

Canelli, das "Tor zur Welt"
«Da quando, ragazzo, al cancello della Mora mi appoggiavo al badile e ascoltavo le chiacchiere dei perdigiorno di passaggio sullo stradone per me le collinette di Canelli sono la porta del mondo»

Cesare Pavese, La Luna e i Falò
Per Cesare Pavese, Canelli rappresentava un confine, l’apertura verso un mondo lontano, oltre la valle del Belbo tra la Langa di Alba e quella Astigiana: le colline qui si fondono in mille scorci diversi, in pochi palmi di terra si mescolano il verde scuro dei castagni e delle querce, con gli orridi profondi scavati nel tufo azzurro dei torrenti primordiali, le dolci rotondità delle colline, i filari strappati dai nonni alle ripe più scoscese e pettinati con orgogliosa geometria, le terre rosse argillose e compatte, adatte più ai mattoni delle fornaci che alle fatiche delle coltivazioni.

 MG 6612 Canelli Sito
001 Langhe Canelli Marcobadiani Sito
Canelli è un crocevia di storia, in continuo contrasto tra abitudini tradizionali e ricerca di modernità: non a caso proprio qui, all’inizio dell’Ottocento, sorgono le prime cantine che cominciano ad esportare vini all’estero, dal ‘30 in Francia, nel ‘70 verso il Sudamerica, nel Novecento in Nordamerica. Nel 1850 Carlo Gancia adatta il méthode champenoise al vino Moscato, realizzando il primo spumante italiano e segnando l’inizio della rivoluzione tecnologica della fermentazione in bottiglia.

Passato e presente sempre in bilico dunque, fra tracce antiche e moderne costruzioni. Qui la storia cita presenze arcaiche: i Celti, i Liguri, i Romani, i Saraceni, i Longobardi, gli Spagnoli, i Francesi… tutti sono passati per questa valle, dove forse già 2000 anni fa si coltivava il moscato (vitigno che, val la pena ricordarlo, si chiama appunto Moscato Bianco di Canelli). Le testimonianze vanno cercate nelle vecchie vie, girando a piedi per ritrovare memorie e sensazioni inaspettate. Qualche volta è il vomere di un aratro ad aprire squarci di storia, scoprendo cocci e vasellame, pietre scolpite e antiche sepolture… come per le steli funerarie e le lapidi romane che costituiscono oggi un piccolo, emozionante lapidario nella Cripta di San Rocco.

Di origine romana è anche il fonte battesimale della secentesca Chiesa parrocchiale di San Tommaso, eretta su un antico luogo di culto proprio alla base della collina e che merita una visita per le innumerevoli opere d’arte che contiene.

La parte storica della città, detta curiosamente “Villanuova”, è tutta aggrappata alla sternìa, il ripido acciottolato che da basso sale su fino al castello; va girata senza fretta, a piedi, godendosi il panorama in lontananza.

Il percorso parte dalla centrale Piazza Camillo Benso di Cavour, addossata al centro storico delimitato dal nastro di vie che corrono ai piedi della collina. Ci si infila in Via XX Settembre per sbucare nella raccolta Piazza Amedeo d’Aosta, dove Casa Scarazzini (già medioevale sede del Comune e dei tribunali, ricostruita poi nel Seicento) separa Corso GB Giuliani (dove ci sono due delle quattro Cattedrali Sotterranee dello Spumante) e Via Rosmini che, con le successive Piazza Gioberti e Via Garibaldi, ci porta alla partenza della sternìa, davanti alla già citata San Tommaso. All’angolo tra Piazza Gioberti e Via Garibaldi significativo il portale barocco di Casa Cornaro.

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La Piazzetta di San Tommaso è molto scenografica, con la barocca ex-Confraternita dell’Annunziata (oggi tempio ortodosso) a fare da quinta alla salita sull’acciottolato ripido di Via Villanuova, che serpeggia sul vecchio borgo, tutto aggrappato in stretti tornanti fra orti a terrazza, muri a secco e case di pietra.

Oggi è stata ribattezzata la “Via degli Innamorati” con una felice intuizione che unisce i classici fidanzatini di Peynet (reinterpretati da vari artisti astigiani) agli scorci romantici di questo quartiere gioiello, in cui si respira la vera anima del centro storico.

Si arriva così, salendo tornante dopo tornante, alla Piazza di San Leonardo, quasi in cima alla collina, con la chiesa omonima, contrapposta alla già citata San Rocco (1721), piccola confraternita eretta dopo una pestilenza, esempio di un barocco leggero dove la pietra di Langa si sposa ai mattoni rossi delle decorazioni, in un equilibrio cromatico suggestivo.

In San Leonardo, nelle cappelle laterali, da non perdere le numerose opere d’arte dell’Aliberti, l’ingegnosa “macchina” del Bonzanigo per la processione della statua della “Madonna del Rosario” e, soprattutto, le raffinate decorazioni della volta, massimo esempio di barocchetto astigiano, opera di Carlo Gorzio.

Sopra alla città, domina la mole gentile del Castello (un tempo Scarampi-Crivelli, oggi di proprietà della famiglia Gancia) rimaneggiato, distrutto e ricostruito nei secoli, da postazione fortificata romana a feudo medioevale fino all’attuale aspetto di villa. Non accessibile, perchè, appunto, privato, il castello vanta un giardino all’italiana, vicoli suggestivi, pertinenze e muraglioni che si possono ammirare in occasioni speciali.

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Alle spalle del castello cominciano i vigneti, quelli verso la panoramica frazione di Sant’Antonio, che danno il Moscato migliore, perché esposti al sole forte di mezzogiorno. Una piccola strada percorre la costa della collina in un panorama unico di vigneti, fino all’enigmatica Torre dei Contini che si eleva nel vento a segnare i confini antichi della città.

Le colline circostanti sono raccontate nell’itinerario Langa del Moscato.

Dalla Piazza di San Leonardo saliamo ancora l’ultimo tratto di Via Villanuova fino ai decori dipinti della vecchia stazione di pedaggio (dazio comunale) per scendere quindi leggermente a sinistra nel Vicolo di Costa Belvedere e raggiungere in breve un appartato e mozzafiato balcone panoramico sulla Valle Belbo.

È questa la terrazza degli innamorati, punto di arrivo del percorso e mirabile Belvedere UNESCO.

Dal terrazzo si può poi ridiscendere a basso per le scale che serpeggiano tra le proprietà. Le scale sbucano accanto alla piccola e Chiesa di San Giuseppe: dal tornante sottostante (gir d’la mòla) si prende allora Via Pietro Micca (ma da tutti qui chiamata ij piagg - i pedaggi), altra ripida scalinata/viottolo che attraversa case e cortili per sbucare sotto al voltone (un tempo appunto porta daziaria) di Via Rosmini. Da qui si prosegue ancora in discesa nella via per raggiungere poco dopo Via Massimo D’Azeglio (detta ‘l gir d’la sparzera) che costeggia lo storico Palazzo Anfossi, sede del Municipio dal 1919 e sbocca su Via Roma proprio in faccia a quello che fu l’antico Teatro Cinema Balbo di cui rimane parte della facciata, restaurata, su un edificio oggi chiaramente adibito ad altri usi.  Da Via Roma, andando a destra, si ritorna in breve su Piazza Cavour.

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Discorso a parte meritano le Cattedrali Sotterranee: sono quattro di cui tre nel centro storico (Bosca e Contratto affacciano su Via G.B. Giuliani, Coppo su Via Alba), mentre Gancia è oltre il ponte sul Belbo, accanto alla stazione.

Sempre su Via Giuliani troviamo il bel palazzo omonimo che ospita l’Enoteca Regionale di Canelli e dell’Astesana con all’interno l’Ufficio Turistico.

In fondo al cortile, nei locali originariamente adibiti a Enoteca Regionale e che oggi ospitano un ristorante, è presente una bellissima scenografia murale di Antonio Catalano, dotato genio astigiano.

Le Cattedrali sono labirintiche gallerie scavate nel ventre della collina per ottenere naturalmente le condizioni di umidità e temperatura necessarie alla spumantizzazione dei vini. Una visita a una (o meglio a tutte) permette di fare non solo un viaggio nella storia dell’enologia piemontese (tra pupitres e tappi a corona) e di diventare esperti di tecniche e denominazioni francesi spesso oscure (millesimé, pas dosé, brut etc etc), ma, soprattutto, di scoprire un’altra Canelli, tutta segreta e nascosta, quasi un viaggio attraverso lo specchio verso il centro della Terra.

«M’accorsi allora che tutto era cambiato. Canelli mi piaceva per se stessa, come la valle e le colline e le rive che ci sbucavano. Mi piaceva perché qui tutto finiva, perch’era l’ultimo paese dove le stagioni non gli anni s’avvicendano.»

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